#pirati #BlackSails #Crossbones #tvseries #serietv #tv

pirati

I pirati vanno di moda! Mai come di questi tempi! Evitando i tragici fatti dei pirati somali ed il pericolo che qualche pescatore indiano si faccia passare per qualcos’altro di pericoloso, è evidente che il fenomeno de “I pirati dei Caraibi”  abbia rinverdito i fasti e l’epopea dei bucanieri (e anche dei Caraibi).

Se volete un’opera storica attendibile e godibile sull’argomento vi consiglio “Storia della pirateria

di David Cordingly, in edizione Oscar Mondadori storia. Qualche estate fa l’ho trovato in libreria mentre cercavo la biografia di qualche valente personaggio che mi allietasse nelle oziose giornate estive e mi sono fatto prendere da un ritorno all’infanzia ed al senso di libertà che solo l’immagine del pirata può dare. Ho così scoperto che la gran parte delle storie di pirati che vediamo sul grande e piccolo schermo, così come i personaggi con nomi improbabili e le loro navi piene di cannoni con la prua al vento dirette verso tesori favolosi, sono tutti storicamente veri e che Americani e Britannici adorano quel periodo storico.

Quei personaggi un misto di mito e realtà, di storia e superstizione, di coraggio e meschinità, di grandi imprese e libertà e di rappresaglie sanguinose, sono delineati in modo attendibile in due serie che sto amando particolarmente.

La mia preferita è BLACK SAILS giunta alla seconda stagione, che non è altro che il prequel de “L’isola del tesoro” di Stevenson, libro che ho amato follemente in gioventù. Solo avere concepito una tale opera merita un plauso. La serie vede un misto di personaggi tratti dal romanzo e di vere figure storiche come i capitani Vane e Rackham, o la piratessa Ann Bonny. Eccellente.

La seconda, CROSSBONES, vede John Malkovich nei panni di un pirata Barbanera che ricalca i travagli interiori e la caratterizzazione, anche fisica peraltro, del colonnello Kurtz di Apocalipse Now.

In entrambe le serie vediamo i protagonisti operare in modo violento, contro la legge, in nome di un bene superiore, scopo celato ai loro sodali che invece sono pirati chi in cerca della libertà chi, la maggioranza, del guadagno e del riscatto. Contro di loro la forza dell’autorità britannica, astuta e violenta quanto chi combatte.

Entrambe ambientate a Nassau, Bahamas, posto da sogno, cui la fotografia delle due serie rende ampiamente merito. Un’acqua così azzurra ed una spiaggia così bianca e soffice che fi farà venire voglia di unirvi alla ciurma di Flint. Da vedere.

In Black Sails c’è pure un sacco di topa! The game of thrones docet!


-WIKINOTE-

Black Sails è una serie televisiva statunitense creata da Jon Steinberg e Robert Levine per il canale via cavo Starz, trasmessa a partire dal 25 gennaio 2014. In Italia viene trasmessa dal 22 settembre 2014 su AXN.

Crossbones è una serie televisiva statunitense creata da Neil Cross per conto della NBC, trasmessa dal 30 maggio 2014. Si basa sul romanzo di Colin Woodard The Republic of Pirates.

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#serietv #bettercallsaul #legaldrama #suits

Se avete amato Breaking Bad amerete questa serie.

Dovrei dire così ma in realtà proprio non posso. Tanto era affascinante la figura di questo avvocato di periferia, prolisso, loquace, pavido e con un tutto personale senso dell’eleganza, da farci aspettare una serie che “spaccasse”. Invece a metà della prima stagione ancora la serie non ha ingranato. Sembra che la figura di Saul (che peraltro non si chiama ancora così ma James McGill) non riesca a mantenere sulle sue spalle un’intera serie. Una ottima spalla, un ottimo attore, da apprezzare l’idea di tratteggiare una delle poche figure di avvocato che “vorrebbe ma non può”, un antieroe, uno sfigato insomma, ma le trame sono stiracchiate e francamente sapendo già che fine farà il personaggio, il viaggio avrebbe bisogno di un ritmo superiore per risultare più interessante.  In più onestamente diciamocelo …ma che cavolo succederà mai nel Nuovo Messico? E cosa potrà mai succedere ad un avvocato sfigato, se non un’ulteriore sfiga? Il tutto peraltro sulla traccia di Braking Bad, in cui però la tensione emotiva, assente in Better Call Saul, teneva incollati alla poltrona.

Volete una serie di avvocati che spacchi? Bisogna ambientarla necessariamente in città che sono in mano agli avvocati. Dirottate il vostro streaming sull’eccellente SUITS, sempre ricco di colpi di scena, o rinverdite il ricordo di Boston Legal o del divertentissimo Ally Mc Beal.

Per ora quindi posso con onestà dire che sono deluso, anche se alcune trovate, come il suo ufficio nel retro dell’estetista cinese l’ho trovato esilarante quasi quanto la sua scelta scientifica dell’abbigliamento avvocatesco. Perché l’abito talvolta fa il monaco.

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WIKI-NOTE

Better Call Saul è una serie televisiva statunitense ideata da Vince Gilligan e Peter Gould. È lo spin-off di Breaking Bad, ed è incentrata sull’avvocato di Walter White, Saul Goodman, interpretato da Bob Odenkirk. La prima puntata è andata in onda l’8 febbraio 2015 su AMC, risultando la premiere col più alto indice d’ascolto di sempre per le TV via cavo. La rete ha già deciso di rinnovare la serie per una seconda stagione di 13 episodi.

Suits è una serie televisiva statunitense di genere legal drama creata da Aaron Korsh, trasmessa in prima visione assoluta negli Stati Uniti dalla rete via cavo USA Network dal 23 giugno 2011.

#TheKilling #tvseries #serietv

The_Killing_AMCChi ha ucciso Rosie Larsen?

Se questa frase vi rimanda alla mente il tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, sappiate che non è stata scritta a caso.

Una indagine dalle atmosfere uggiose di Twin Peaks, medesima ambientazione nel verde Stato di Washington, anche se qui siamo in una grande città, a Seattle, ma l’aria è la stessa, da sobborgo di periferia, da paesotto, da vita grigia, inquadrata, monotona e confinata cui i giovani liceali cercano una via d’uscita. Un mistero da risolvere, che permette di dipanare sottotrame di vita comune, di rapporti familiari, di sogni giovanili, di compromessi politici, di sottintesi e di menzogne.

Meno esoterismo, più modernità nella trama pur nella struttura classica dell’indagine, nello svolgimento e nella regia, perché diciamocelo, Twin Peaks a rivederlo oggi fa venire il latte alle ginocchia.

Meno dirompente, ma in questo la serie di David Lynch non potrà mai essere superata, The Killing è una serie che ulteriormente ci permette di entrare in quella dimensione “rurale” tutta americana fatta di contrapposizioni manichee tra personaggi agli antipodi, il povero lavoratore per bene ed il ricco arrogante, che però a mano a mano che l’indagine procede progressivamente si sporcano e si confondono. Perché alla fine tutti vogliamo le stesse cose. E’ il modo in cui proviamo a raggiungerle che fa la differenza.

Mi è piaciuto.

Netflix è una garanzia.

Sa ciò che fa e soprattutto sa che noi vogliamo un finale!

 


WIKIPEDIA-

The Killing è una serie televisiva statunitense poliziesca prodotta per quattro stagioni dal 2011 al 2014 da Fox Television Studios e da Fuse Entertainment per la rete televisiva via cavo AMC.

Remake della serie televisiva danese Forbrydelsen, The Killing è incentrata sulle vicende che ruotano attorno l’omicidio di una giovane ragazza e la conseguente indagine della polizia. La serie ha debuttato in Italia su Fox Crime il 3 novembre 2011.

Dopo due stagioni prodotte, la serie era stata inizialmente cancellata dal network statunitense il 27 luglio 2012, ma dopo delle trattative avviate dalla casa di produzione Fox Television Studios con la società Netflix e la stessa AMC, le quali si divideranno i costi di produzione, è stato deciso di produrre una terza stagione che ha debuttato il 2 giugno 2013. Il 10 settembre 2013, AMC cancella ufficialmente la serie. Due mesi dopo la cancellazione della serie, Netflix ha acquistato i diritti per produrre una quarta e ultima stagione composta da 6 episodi per il 2014.

SPOILER 6 – THE SUMMER STRIKES BACK: Pacific world war Z? Meglio il calcio!

Immagine 

Estate stagione di cinema all’aperto e pop-corn, di fumettoni roboanti e romanzetti balneari, di afa anche intellettuale e rimedi alla calura nel fresco e nel buio di una sala cinematografica.

Ed allora pur nella fretta dettata dagli imprevisti impegni estivi non ci possiamo sottrarre da un rapido escursus di ciò che ci è passato sott’occhio nelle ultime settimane, partendo dai CONSIGLI SPASSIONATI  per giungere in fondo a questo BLOG alle produzioni da evitare come la peste suina, ovina o whatever!

1-      IL MUNDIAL DIMENTICATO: Gran bel falso documentario italiano/argentino del 2011 scritto e diretto da Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni. Il film è stato presentato al Festival di Venezia 2011, ma sono riuscito a vederlo solo qualche giorno fa. Si incentra sul mundial di Patagonia del 1942. Tratto da un racconto esilarante di Osvaldo Soriano, autore brillantissimo di cui consiglio Futbol, antologia che vale la pena di leggere a bordo piscina con una bella birra ghiacciata, sghignazzando o sorridendo beoti ed attirando così gli sguardi dei vicini. Vi farà capire quanto è bello sapere scrivere bene e quanto sono bravi gli scrittori sudamericani. Stuzzicanti anche Il sogno di Futbolandia di Jorge Valdano, campeon du mundo 78 e forse ancora dirigente intelligentissimo e colto del Real Madrid. Giusto per non dimenticare che non tutti i calciatori hanno il QI di Vieri e Totti, e si limitano a guardare le immagini di Quattroruote come Balotelli e CR7.

 

2-      WORLD WAR Z: Onestamente non gli davo due lire bucate e mi chiedevo perché il grande Brad Pitt si fosse concesso questo divertissement, oltre al fatto di essere il produttore e pigliarsi qualche milioncino in saccoccia. Rimane ancora qualcosa da dire sugli Zombie? se escludiamo i primi 25 minuti di film e gli ultimi 5 (ma tutta sta enfasi patriottica agli americani da dove gli viene?) direi che il prodotto è di alto livello e che Pitt ha un senso. SI FA GUARDARE.

3-      THE BAY – di Barry Levinson: MI HA SORPRESO. Fatto bene e decisamente più inquietante delle scaramucce tra Zombie. Dubito che berrete un bicchiere d’acqua con la stessa leggerezza dopo averlo visto.

 

4-      NOW YOU SEE ME – I MAGHI DEL CRIMINE: Grande attesa. Lo volevo proprio vedere! Un mix tra The illusionist e Ocean Eleven, tra The prestige e The score.

Stica! Niente di tutto ciò. Grandi scene, ma sceneggiatura non all’altezza! Personaggi ben delineati e scene veramente d’effetto ma esile la sottotrama, facile da scoprire il finale.

DELUSIONE.

5-      Effetti collaterali di Steven Soderbergh:  Con un sembre splendido ma ormai pelato Jude Law e l’attrice feticcio del regista Catherine Zeta-Jones, un film dalle atmosfere uggiose ed inquietanti che poteva condurre lo spettatore verso analisi e trame più coinvolgenti ma che alla fine si rivela un modesto e scontato thriller. SE PROPRIO VOLETE DARE UN OBOLO AD UN GRAN REGISTA CHE DEVE DARE DA MANGIARE ALLA FAMIGLIA E COMPRARE L’APPARECCHIO ALLA FIGLIOLA.

 

6-      In vacanza a spizzichi e bocconi ho visto IL GRANDE MAGO DI OZ  e LO HOBBIT. Chiedetevi perché li ho visti a pezzi e rispondetevi da soli e capirete se vale la pena vedere ste stronzate in 3D…MA ANCHE IN 2D. D meno non si può.

 

7-      GRAN FINALE – PACIFIC RIM:  NON MI HA NEANCHE DELUSO COSI’ TANTO PERCHE’ QUEL GRAN DRITTO DI MIO FRATELLO NE ERA RIMASTO COSI’ DISGUSTATO DA SPINGERCI COMUNQUE IN UN POMERIGGIO BALNEARE A DISCUTERNE COSI’ TANTO DA SVISCERARE TUTTI I RIMANDI ALLA CULTURA POP GIAPPONESE, DA EVANGELION A GOZZILLA.

MA RIMANE PROPRIO POCA COSA A SCAPITO DEL DESIGN E DI MOSTRI MAGNIFICI. DIALOGHI ASSURDI, SVILUPPO DELLA TRAMA APPROSSIMATIVO E SBRIGATIVO, PERSONAZZI ABBOZZATI, NARRAZIONE SCONTATA, RAFFAZZONATA CON PEZZI DI SCENEGGIATURA DI ALTRI 100 BLOCKBUSTER ESTIVI.

Da vedere da quanto assurdo ed effettivamente frase chicca: “Ci penso io, il mio Jaeger è analogico. E’ nucleare!”

SPERIAMO GLI ABBIA DATO L’ORA GIUSTA!

BUONE FERIE!!!

SPOILER 4 – THE GREAT GATSBY –VOTO 4/5

Se una cosa è fatta bene, è fatta bene e va riconosciuto, tanto più se si parte prevenuti come nel caso in oggetto. Il barocco Baz Luhrman è probabilmente il regista che più sta agli antipodi del mio modo di intendere il cinema. Il cicciobello Di Caprio non è da me neanche classificato tra gli attori, un gradino sotto Tom Cruise.

Ebbene, il film non è un capolavoro ma è coinvolgente, ben realizzato, i costumi sono eccellenti, le scene sfarzose, la colonna sonora superba, Di Caprio può tranquillamente rivaleggiare con Redford per il migliore Gatsby.

Il lato nascosto della luna vede però una dimensione decadente poco approfondita o forse solo poco evidente ed evidenziata perché messa all’angolo dalla ridondanza di lustrini. I temi che rendono il romanzo di Fitzgerald un caposaldo della letteratura americana del ‘900 molto probabilmente non verranno colti dalla gran parte degli spettatori che, forse usciranno dal cinema abbagliati dalle immagini ma con in mano una immagine retinica persistente: Daisy è una troia nel senso pieno del termine e Gatsby un povero coglione romantico. C’è di più nel romanzo e poteva venire espresso con maggiore spessore.

Non ho apprezzato la riproposizione della scelta di Fitzgerald di utilizzare l’io narratore che trovo banale al cinema, con i 5 minuti finali del film che potevano venire resi in un modo meno semplicistico.

Non parlo neppure di Tobey Maguire, il prototipo dello sfigato, superiore solo a Matthew Broderick. Le sue espressioni vacue ed ebeti, la sua mediocrità che già mi fece detestare 2 Spiderman su 3, non sono tollerabili. Tra l’altro è l’unico personaggio del film che con abiti sontuosi sembra un cretino. Se poi mi si vuol dire che è stata una scelta registica dettata dalla necessità di trovare un contraltare allo charme di Gatsby vorrei solo dire che per me la normalità, la medietà può trovare interpreti migliori. Sopravvalutato.

Per concludere direi che non ho amato particolarmente il romanzo letto oramai una ventina d’anni fa e del quale fortunatamente non ricordavo neppure bene il finale, non ricordavo benissimo neppure il film del ’74 con Redford, attore amatissimo dalla mia cara mamma che domani mi darà il suo responso. Ricordo però le atmosfere decadenti della precedente trasposizione del romanzo di Fitzgerald e questo film in paragone è qualcosa d’altro che può convivere con l’altra versione. Cosa più unica che rara. Per chiudere come già espresso a Cannes da chi ne sa di più, Di Caprio bene, qualche fischio che secondo me era e va diretto al coglioncello Maguire, Daisy giustamente sciocchina, ma si poteva spingere di più sul punto, e sicuramente non così splendida da fare perdere la testa a me. Teniamo conto che ne “le regole della casa del sidro” il coglioncello Maguire si portava a letto una per lui e per tutti noi irrangiungibile madonna Charlize Theron…in un film tanto opulento manca proprio un gran figone!

GIUDIZIO: SI LASCIA GUARDARE BENE , NON SO SE SI LASCI ANCHE DIMENTICARE.

TRACK 3: ROCK AROUND THE CLOCK

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Quando tocca, tocca.

Evidentemente quando ho iniziato un percorso che incrociasse Sherlock Holmes con i viaggi nel tempo non mi rendevo conto della potenza dei personaggi e delle atmosfere create da H.G.Wells e Conan Doyle. Guidando, seduto sul trono del mio consiglio di gabinetto, guardando la tv o passeggiando per il lungomare di Lignano, mi vengono in mente immagini, luoghi, esperienze che hanno a che fare con questi topoi.

Ed allora iniziamo con una deviazione di cui già avevo dato conto in precedenza.

Torniamo a Ritorno al futuro. Nella colonna sonora e come brani iconici del film troviamo The power of love e Back in Time di Huey Lewis and the News, gruppo che rimarrà più che nelle orecchie negli occhi degli ex-teenager degli anni ottanta per le algide modelle finto suonanti dei loro video musicali. Donne strepitose che realmente incarnano il mito decadente ed edonista di quegli anni.

Tanto è vero ciò che dico che in American Psycho, romanzo delirante ed amatissimo di Bret Easton Ellis, opera che ha proprio come intenzione primaria la critica feroce alla società  americana degli anni ottanta, completata con il primo capitolo del trittico Le regole dell’attrazione e con il finale difficile da digerire di Glamorama, il protagonista Patrick Bateman, personaggio assolutamente sgradevolissimo, pazzo, violento e quant’altro vi possa venire in mente in negativo su quegli anni, ha come gruppo preferito proprio Heuey Lewis, del quale recensisce in modo professionale tutta la carriera mentre (vado a memoria) sta facendo cose indicibili alla vittima di turno. A Bateman piacciono inoltre Whitney Houston, che personalmente detesto da quando la canzone di Guardia del corpo andava in onda in radio quaranta volte al giorno e non si riusciva ad evitare, ed i Genesis di Phil Collins, dei quali mi piacciono si e no un pugno di canzoni quali Land of confusion e Turn It On Again. Ovviamente Bateman icona, simbolo, figlio e prodotto migliore degli anni del vuoto non può amare i Genesis cerebrali di Peter Gabriel. Ha una natura musicale più commerciale.

Per ricollegarci nuovamente al TRACK 1 e notare con stupore come alla fine ciò che ci piace finisce sempre per essere condiviso con chi ha gusti come i nostri, così che alla fine ci si abbevera da un catino in cui ognuno apporta gusti nuovi alla nostra bibita preferita, Christian Bale, grandioso attore feticcio di Christopher Nolan, interpreta Bateman nella trasposizione cinematografica del romanzo di Ellis, per me scadente, ma trasporre un romanzo del genere ovviamente crea delle difficoltà notevoli.

Chiudiamo il cerchio con una riflessione sui romanzi postmoderni americani, che sono stati la mia missione ed ossessione qualche estate fa, e su quel Underworld di Don DeLillo che giace da anni sul mio comodino insieme ad Infinite Jest di Foster Wallace. Romanzi di grande peso. Ciò che va evidenziato di Underworld, ai nostri fini, è il viaggio nel tempo, che qui non è propriamente fisico anche se segue un oggetto fisico, ma un viaggio nella storia americana e nella memoria della nazione a stelle e striscie. La vicenda narra i passaggi di mano di una palla da baseball mandata in fuoricampo durante una famosa partita degli anni 50 e viene usata come un filo rosso per la costruzione di un gigantesco affresco dell’America dall’inizio della Guerra Fredda fino agli anni novanta.

Ma un viaggio virtuale nel tempo lo narra anche il mio autore “rifugio sicuro” Dickens ne “Il canto di Natale”, e viene sviluppato nella serie Life on Mars e nel suo seguito Ashes to ashes. I titoli richiamano chiaramente canzoni di David Bowie, sul quale non occorre aggiungere nulla e di fronte al quale ci togliamo il cappello, ci mettiamo sull’attenti e dichiariamo delinquenziale non averlo sull’i-pod. In queste serie un poliziotto ferito inizia un viaggio allucinato nel passato, venendo catapultato prima nella metà degli anni 70 e nella seconda serie all’inizio degli anni ottanta. Alla trama principale di natura poliziesca si incrocia la narrazione dell’esigenza di ritorno alla normalità del protagonista, lasciando comunque lo spettatore nel dubbio se tale viaggio temporale sia temporale od onirico.

Se passiamo a viaggi dal futuro al passato allora la lista è sterminata.

Andiamo dal viaggio di Kyle Reese, padre di John Connor in Terminator 1, ecchettelodicoaffare…credo che la storia sia arcinota, il film dirompente nell’immaginario di  noi figli della cultura pop degli anni 80.

Ci si potrebbe a questo punto far portare dalla corrente su un guscio di noce di dantesca memoria ed esplorare il filone degli automi, dal godibile Saturno 3 con uno squadrato Kirk Douglas, un giovane e sempre cattivo Harvey Keitel, una Farrah Fawcett splendida e perennemente discinta ed l’automa ribelle Hector, passando per Il mondo dei robot dell’immancabile Michael Crichton, che su temi fanta ma soprattutto scientifici ha imperniato l’intera carriera,  in questo caso in veste di regista e sceneggiatore, continuando con l’inaspettato, distopico, curioso e veramente da vedere Il mondo dei replicanti con un sempre sporco Bruce Willis. Non rivelo nulla della trama che mi ha colpito ed ispirato, un ottimo film da tutti i punti di vista. Concludiamo la breve digressione con un capolavoro assoluto dal sol levante, l’onirico ed ipertecnologico, cyberpunk, ossessionato dal rapporto uomo macchina, oltre i confini del genere creati dal film icona Tetsuo, da vedere magari su rai3 di notte, il manga del maestro Masamune Shirow, Ghost in the Shell. Trame veramente complesse, tavole intricate, perfezione estrema dei dettagli, sforamento costante nell’onirico, unione, direi quasi confusione tra uomo e macchina, visione filosofica del mondo dettagliata, precisa, matura. Da leggere o da vedere nei molteplici OAV delle sue opere. Da ricordare Appleseed e Dominion Tank Police, ottimi entrambi.

Se volessimo proseguire sul tema giappone, automi, ossessione nipponica per la riproduzione della vita per via meccanica dovremmo partire per un viaggio lungo, in fin dei conti sono stati i giapponesi ad inventare i robot giganti, mi permetto quindi di richiamare il Kyashan della Tatsunoko, di recente oggetto di un film dal vivo che ho trovato angosciante ed incomprensibile ed  il famoso Astroboy, primo cartone animato seriale giapponese frutto dell’ingegno del manga kamisama, il dio del manga, Osamu Tezuka, ma soprattutto l’eccellente versione a fumetti del mio autore preferito, realmente un maestro, il più pubblicato degli ultimi anni, il più venduto, il più amato in patria e fuori tra i nuovi maestri nipponici, Naoki Urasawa. Il suo Pluto, omaggio a Tetsuwan Atom, è figlio della sua ossessione per il complotto, per la lotta per il dominio del mondo, della ricerca di sé stessi in un mondo stereotipato.

Se volessimo affrontare il filone distopico che aperto da Terminator non potremmo citare almeno Mad Max che ha lanciato la star Mel Gibson ed il suo figlio prediletto a fumetti Hokuto no Ken e Matrix. Nuff said., di futuri prossimi o lontani negativi, caratterizzati da disgrazie, carestie, invasioni, uomo contro uomo, ignoranza e malattia è piena la letteratura e la cinematografia anche recentissima. Pessimo Codice Genesi con Denzel Washington, valido  The road con  Viggo Mortensen.  Dal punto di vista con gli occhi a mandorla uno dei miei manga preferiti di genere distopico è Grey del grandissimo autore dell’altrettanto meraviglioso Horobi, Yoshihisha Tagami. Possiedo le edizioni di Granata Press di almeno 20 anni fa, opere magistrali di un autore che francamente mi sembra colpevolmente dimenticato, dotato di uno stile visivo unico e di una malinconia di fondo che tocca molte delle mie corde. Di grande ispirazione. Da rileggere.

 

Dal futuro con furore  arrivano quasi tutti i personaggi della serie a cartoni animati giapponese delle TIME BOKAN. La Tatsunoko unisce i due filoni di moda alla metà degli anni 70, robot e supereroi made in Japan sullo stile di Gatchaman, del precedentemente citato Kyashan o di Hurricane Polymer . Famosissima da noi la serie Yattaman, con il trio dei sfortunatissimi cattivi Boiakki, Tonzula e miss Dronio, che praticamente sono il trait d’union della intera opera che prosegue tutt’ora in patria. Da noi oltre a Yattaman, si ricorda la messa in onda di CalendarMan e de I predatori del tempo. Che serie divertenti, che nostalgia.

Ma ricordiamo che pure Doraemon viene dal futuro e che proprio per trovare un pretesto per citare il maestro Masakazu Katsura autore del famoso e di successo anche da noi negli anni 90, Video Girl Ai, manga che diede una grossa spinta alla giovane casa editrice Star Comics, manga con lo sguardo di oggi, eccessivamente giapponese, lancinante, doloroso, improbabile ma certamente il prodotto giusto al momento giusto all’epoca, adatto ad un pubblico giovane di lettori, incline al sentimentalismo. Punto più alto della produzione di Katsura, dopo Video Girl Ai il maestro mi ha praticamente sempre deluso ma per esigenze di coerenza col tema in trattazione indico DNA² in cui una ragazza viene mandata nel per modificare la storia.

Sempre dal futuro al passato, questa volta per rifarsi una vita e fuggire da un futuro fatto di inquinamento e di regole restrittive sulla procreazione, viaggia la famiglia protagonista di Terra Nova, serie televisiva da Steven Spielberg, francamente da poter perdere in tutta tranquillità tanto da non avere sviluppato nessuna delle sottotrame ed essere stata bloccata già alla prima stagione. Interessante ai nostri fini perché sta povera famiglia viene sparata nel Cretaceo in mezzo a dinosauri di ogni foggia, potrebbe fornirci lo spunto per lamentarci della pessima pratica dei dirigenti tv nostrani di acquistare le serie americane già dalla prima stagione senza attendere di capire se negli States si abbia intenzione di proseguire la programmazione. Attendo ancora di capire cos’è successo in Jarod il camaleonte, in Fast Forward e soprattutto in Life che è ancora in programmazione su Rete 4. Sappiate che hanno segato la serie e non si saprà mai chi aveva incastrato Charlie Crews.

Ci sarebbe anche un film con Zack Ephron che torna indietro ai tempi del liceo…ma io di Zack Ephron non parlo.

Dal passato ai giorni oggi invece arriva quel gran gnocco di Hugh Jackman in Kate e Leopold, film che mi diverte sempre tanto, ritroviamo un Mel Gibson surgelato e scongelato in Amore per sempre e sicuramente c’è un film con un uomo primitivo che gira per New York, ma non riesco a ricordarne il nome.

Rimarchevole e da me amata allo spasimo è la serie giapponese I-Zenborg, realizzata con scene composte sia da cartoni animati che da riprese di modellini e personaggi in costume, modello Megaloman per capirci. I due sfortunati fratelli Ai e Zen, trasformati in androidi, combattono contro il regno dei dinosauri, risvegliatosi da un sonno millenario. Meravigliosa anche la sigla. Lacrime di gioia e nostalgia.

Chiudiamo con uno dei film che io chiamo natalizi, poiché me li vedo di botto, dritto per dritto durante le feste, peraltro caratterizzati dall’avere quasi tutti come protagonisti Andie McDowell e/o Hugh Grant. Insieme a Una poltrona per due, mio film feticcio, Quattro matrimoni e un funerale, Love actually e Michael, purtroppo diretto dalla mamma di Zack Ephron,  troviamo il grandioso Ricomincio da capo in cui il giorno della marmotta si ripete in un loop continuo che serve a fare maturare il protagonista. Film adorabile, divertente diretto da un Harold Ramis che i più ricorderanno per  per l’interpretazione del dott. Egon Spengler nella serie di film Ghostbusters, la cui versione italiana con Antonio Albanese, E’ già ieri, è una porcheria assoluta. Mai toccare i capolavori, cosa vuoi migliorare? E poi ambientarlo ad Ibiza? Mamma mia pelle d’oca.

Dal punto di vista musicale se leggete bene, trovate film la cui colonna sonora ha caratterizzato intere stagioni della nostra vita, nel frattempo un consiglio:

Vinciamo nel segno di I-Zenborg

  polsi incrociati si vincera’

  Guerra ai mostri senza pieta’

  fino in fondo con I-Zenborg

  Ecco lassu’ la supernave

  sta lottando gia’ coi mostri teleguidati

  ogni citta’ paralizzata

  spera solo nel segno vincente di I-Zenborg

  S.O.S. la terra chiama

  sta tremando sotto colpi micidiali

  ogni citta’ ormai stremata

  spera solo nel segno vincente di I-Zenborg