STAKANOV-MANGA #BAKUMAN #DEATHNOTE #LOST+BRAIN

Gli amanti dei manga sanno a quali ritmi massacranti siano soggetti gli autori. Già Rumiko Takahashi, autrice di Lamù, Maison Ikkoku, Ranma e di tantissimi altri manga di successo planetario, si lamentava di non avere mai preso un giorno di ferie in dieci anni. Al tempo, da giovane lettore di Mangazine e Kappa Magazine, pensavo fosse una balla colossale, ma dopo la lettura di BAKUMAN, mi sono dovuto ricredere.

Bakuman tratta di due giovani compagni di scuola che uniscono le forze per sfondare nel mondo dei manga, come sceneggiatore e disegnatore. I ritmi frenetici, l’organizzazione del lavoro, i compromessi con l’editore ed i rapporti con i colleghi (concorrenti) così come la fondamentale lotta per conquistare il gradimento dei lettori, si intrecciano con la loro, tradizionalmente giapponese, complicata e casta vita sentimentale.

Un fumetto istruttivo, scandito da colpi di scena e rivelatore di un mondo che è abbastanza sconosciuto a noi lettori occidentali ormai privi di pubblicazioni divulgative sul mondo dei manga. Personalmente ritengo che la chiusura dei magazine sui manga e la ghettizzazione di lusso degli stessi ai negozi di fumetti e lontano dalle edicole siano state scelte tattiche forse giuste da parte degli editori, ma strategicamente controproducenti.

Prendiamo comunque atto che in internet si trova di tutto e quindi chi è interessato basta che cerchi in rete le notizie che vuole e rassegniamoci ad un mondo che vede noi mangafili della prima ora relegati nell’angolo polveroso della storia.

Gli autori di Bakuman con quest’opera cambiano notevolmente registro rispetto alla loro produzione precedente, DEATH NOTE, un poliziesco a tinte fosche sui generis, in cui un giovane e geniale studente utilizza il potere di decretare la fine della vita di una persona, ottenuto da uno sbadato e amante delle mele Shinigami (dio della morte), per perseguire il suo particolare disegno di giustizia planetaria. Un’opera interessante, con una trama complessa e costruita in modo puntiglioso, che ha di fatto creato un sottogenere nel quale ritroviamo anche l’evidentemente meno incisivo e meno inaspettato, ma comunque per nulla scontato LOST + BRAIN, in cui il geniale studente di turno, con evidenti tendenze sociopatiche, utilizza l’ipnosi di massa per migliorare il mondo ed eliminare i vecchi incancreniti dai loro vizi, compromessi, inedia ed ottusità.

La guerra generazionale in Giappone non è mai terminata!


-WIKINOTE-

Bakuman. (バクマン) è un manga giapponese edito da Shūeisha all’interno di Shōnen Jump, a partire dalla doppia uscita 37-38 del 7 agosto 2008, per poi concludersi nella doppia uscita 20-21 del 23 aprile 2012. La serie, scritta da Tsugumi Ohba, è disegnata da Takeshi Obata, che fino a due anni prima avevano lavorato insieme per Death Note. In Italia Bakuman è stato pubblicato da Panini Comics sotto l’etichetta Planet Manga dal 25 marzo 2010 al 6 giugno 2013 e ha vinto come miglior manga dell’anno al Nanoda Manga Awards 2010, premio giuria popolare.

Death Note (デスノート) è un manga ideato e scritto da Tsugumi Ōba e disegnato da Takeshi Obata. È stato pubblicato in Giappone, da dicembre 2003 a maggio 2006 sul settimanale Weekly Shōnen Jump dalla casa editrice Shūeisha e poi raccolto in 12 tankōbon. In Italia il manga è edito da Planet Manga, etichetta della Panini Comics, ed è stato pubblicato da novembre 2006 a settembre 2008.

LOST + BRAIN è uno shōnen manga giapponese scritto da Tsuzuku Yabuno ed illustrato da Akira Otani. In Giappone è stato serializzato sulla rivista Weekly Shōnen Sunday. I capitoli sono stati successivamente raccolti in tre volumi tankōbon, pubblicati dal 16 maggio all’11 agosto 2008. La pubblicazione in italiano è avvenuta ad opera di Star Comics dal 9 settembre all’11 novembre 2009.

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TRACK 1.0 – ELEMENTARE WATSON…SI TRATTA DI ALIENI …reloaded!

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              Nelle oziose domeniche di sole, passeggiando indolenti per le piazze gremite, magari con un gelato sbrodolante in mano, capita di mettersi a rovistare negli scatoloni di libri dei mercatini alla ricerca di qualcosa di stuzzicante. Da giovane lo facevo nei negozi di dischi e mi lasciavo conquistare dalla copertina degli album di gruppi perlopiù sconosciuti, poi è arrivato internet, Emule (pardon, ITunes), e forse si è persa un po’ di poesia.

In ogni caso la mia più recente esplorazione di un fondo di scatolone ha prodotto in me un rinnovato interesse per la collana di fantascienza URANIA di Mondadori.

            Il percorso di oggi ha inizio quindi con LA GUERRA DEI MONDI DI SHERLOCK HOLMES romanzo del 1975 di M.W. e W. Wellman (rispettivamente figlio e padre), in cui si immagina un coinvolgimento di Holmes, del fido Watson e dell’altra creatura letteraria di Conan Doyle, il celebre professor Challenger de “Il mondo perduto”, nella guerra contro i marziani immaginata da H. G. Wells.

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Si potrebbe immediatamente fare una digressione sui numerosi film tratti da tale romanzo di Conan Doyle o sulle serie tv ambientate in isole sperdute abitate da mostri preistorici o sui personaggi dei fumetti quali Ka-Zar della Marvel, che poi non è altro che un epigono del Tarzan di Edgar Rice Burroughs. Approfondiremo questa linea quanto prima, ma per il momento crediamo sia meglio usare prudenza. Nel gioco delle associazioni è piuttosto facile farsi prendere la mano e perdere il senso della misura, poiché i personaggi di cui trattiamo sono dei memi.

            I MEMI si possono considerare dei pensieri viventi in grado di replicarsi e di accrescersi, passando di mente in mente, entrando in noi, modificando il nostro modo di pensare, di comportarci, di vedere il mondo. Un insieme sterminato di slogan, frasi fatte, canzoncine, mode, sistemi filosofici, invenzioni, leggende, personaggi di libri, di videogiochi, tutti con la caratteristica di essere presenze quasi tangibili nella nostra vita.

Chi può dire che Babbo Natale sia meno reale del vostro vicino di casa, quando quasi certamente il primo è molto più famoso e suscita in noi emozioni molto più vivide del secondo?

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            Mi sono accostato alla memetica per la prima volta durante la lettura de “LA LEGA DEGLI STRAORDINARI GENTLEMEN” di Alan Moore. Il genio di Moore ha riunito nella stessa opera Mycroft Holmes, fratello di Sherlock ed a capo dei servizi segreti della Regina Vittoria con il nome in codice di M (ogni rimando alla saga di James Bond non è casuale ma non verrà approfondito ora), l’uomo invisibile di H. G. Wells, il Capitano Nemo di Verne, il Dr. Jeckill ed il suo alter ego Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, Mina Murray dal “Dracula” di Bram Stoker, Allan Quatermain de “Le miniere di re Salomone” di H. Rider Haggard e probabilmente altri personaggi di romanzi che non ho riconosciuto. Moore ha utilizzato personaggi di altri autori come se fossero persone viventi, ha ribaltato il concetto di romanzo storico, unendo realtà e fiction in modo mirabile. Un’opera dirompente, rivelatrice ed illuminante, da cui venne tratto un film mediocre nel 2003, cui si può accomunare quanto ad atmosfere e, purtroppo, a sensazione di irrisolutezza, il parimenti pieno di citazioni “Sky Captain and the World of Tomorrow”, prodotto l’anno seguente  da De Laurentiis.

            Allan Moore è un genio pazzo e visionario, dall’aspetto esoterico e bizzarro, del quale andrebbero lette tutte le opere, dalle quali sono stati tratti numerosi film, dall’eccellente “La vera storia di Jack lo squartatore”, (From Hell), del 2001 con Johnny Depp e Heather Graham, a “Constantine” con Keanu Reeves, al famosissimo “V per Vendetta”, all’attesissimo e purtroppo non eccelso “Watchmen”, con la regia di Zack Snyder, che già traspose sul grande schermo la famosa  graphic novel sull’epopea spartana, “300” di Frank Miller, (il mio disegnatore americano preferito).

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Malgrado la deludente trasposizione WATCHMAN rimane  probabilmente il romanzo a fumetti più influente degli ultimi decenni. Vi è una letteratura supereroistica pre-Watchman, fatta di personaggi semplici, lineari, infantili, con grandi poteri e grandi nemici, con schieramenti chiari ed una visione manichea del mondo, ed una produzione fumettistica post-Watchman, più adulta, problematica oscura come potrebbe dire il Frank Miller de “Il cavaliere oscuro”, l’opera con cui ha proseguito la demolizione degli stereotipi supereroistici e la ricostruzione del fumetto americano d’autore degli anni novanta. Il punto cinematograficamente finale di questa operazione è la recente splendida trilogia di Batman di Christopher Nolan, (il mio regista preferito), che ha prodotto pellicole caratterizzate da storie complesse, crepuscolari e intriganti. Il recente “Inception” ed il risalente “The prestige” sono dei veri capolavori visivi.

            Un tentativo di misurarsi con i memi generati dai romanzi di H. G. Wells è stato fatto recentemente dallo scrittore spagnolo  Felix J. Palma e d’altra parte la Londra vittoriana pare essere una fonte inesauribile di ispirazioni. Nel suo romanzo da me letto sotto l’ombrellone quest’estate, “LA MAPPA DEL TEMPO“, peraltro non eccezionale ed oserei anzi dire ingenuo, è addirittura lo stesso H. G. Wells che compare come personaggio di primo piano, insieme a Jack lo Squartatore, Bram Stoker, l’Uomo Elefante (da vedere il film di David Lynch del 1980 “The Elephant Man”) e Sir Arthur Conan Doyle. L’autore, dopo essersi dedicato ai viaggi temporali, nel secondo capitolo della trilogia “La mappa del cielo”, immagina un diverso corso di quella guerra dei mondi dalla cui lettura alternativa fatta dai Wellman è partito questo percorso.

             Il cerchio sostanzialmente si potrebbe chiudere qui; la trilogia dello spagnolo, che peraltro dimostra come nonostante la crisi il mercato iberico possa produrre letteratura di genere per un mercato vasto anche extraeuropeo, mentre da noi  si vive di sparate su novelli Proust, su Houellebecq de noantri o su fantomatici geni che poi alla prova dei fatti producono opere esili (ma pluripremiate), si concluderà con “La mappa dell’inferno”, in uscita nel 2014. Non ci strapperemo i capelli nell’attesa del terzo capitolo, ma un plauso va comunque fatto ad un autore che ama libri che noi amiamo e che ne fa materia da ricostruire e riplasmare, raccontando storie piacevoli che però, prevedibilmente, non migliorano l’originale. Nel frattempo in Italia l’attesa del genio letterario produce tanti Fabio Volo e come diceva mio nonno :”Leggere un libro è meglio che non leggerlo; leggere un buon libro è meglio che leggere un libro di merda; su ogni argomento si riesce a trovare almeno un buon libro, quindi…”. Senza spingerci ad immaginare la coprofilia di certi lettori/lettrici, basta dire che certe case editrici vanno proprio evitate ed è facile riconoscerle poichè sono le uniche che pubblicizzano le opere dei loro mediocri autori. Un buon libro si vende da solo.

            Rimanendo al prolifico H. G. Wells, vale ricordare alcuni dei molteplici film tratti dalle sue opere, quali “L’uomo senza ombra” diretto da Paul Verhoeven ed interpretato da un Kevin Bacon costantemente sopra le righe. Il film è stato stranamente molto apprezzato dalla critica, che ha sempre mano leggera con un regista che, ricordiamo, ha diretto la ridicola trasposizione cinematografica di “Starship Troopers” oltre ad altri film di cretinaggine suprema. Molto meglio attendere una retrospettiva notturna estiva in tv e rivedere il classico “L’uomo invisibile” del 1933, uno dei grandi film di mostri della Universal Pictures. Consiglio invece “The Time Machine” del 2002, remake del film del 1960 “L’uomo che visse nel futuro”, ed interpretato da Guy Pierce, attore feticcio di Christopher Nolan prima che questi iniziasse il suo sodalizio con Christian Bale.

            Da rimarcare la figura dei Morlock, che nella mia edizione antidiluviana del romanzo di Wells   vengono italianizzati nell’esilarante Morlocchi, una delle due razze in cui si è divisa la specie umana nell’anno 802701. Di notevole impatto visivo nel film del 2002 essi nei fumetti Marvel Comics sono una società sotterranea di mutanti, creata dal talento di Chris Claremont, il rinnovatore delle serie mutanti, che si scontra o alternativamente incontra gli X-Men. Così su due piedi visto che da anni non seguo più le serie a stelle e strisce mi vengono in mente Callisto e Calibano, giusto per  lanciare un ulteriore sassolino. In ogni caso vengono sterminati quasi tutti nel massacro mutante perpetrato dai Marauders di Sinistro.

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            Se ci volessimo allargare ai viaggi nel tempo lato sensu non potremmo non consigliare innanzitutto la Trilogia di RITORNO AL FUTURO, di Robert Zemeckis con Michael J. Fox. Grande Giove…Mc Fly…il camioncino Volkswagen dei terroristi libici, la DeLorean…è ormai un classico. Ma volendo andare un pò più in là verso lidi meno conosciuti, ci si può imbattere nell’ottimo “Déjà vu – Corsa contro il tempo del 2006 di Tony Scott con un Denzel Washington che a mio avviso oramai sfiora i 3 quintali ma pare conservi quel sorriso che piace tanto alle signore ed un grande talento recitativo. Un giallo inaspettato, visto una sera per caso e rivelatosi scritto in modo eccellente, senza sbavature ma con un’idea di base intrigante. Tony Scott potrà anche essere stato più commerciale (Top Gun dice tutto) del più celebre fratello Ridley, ma certamente in casa il talento non faceva difetto.

          Nella top ten dei miei film preferiti dell’universo mondo c’è “L’ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE” diretto nel 1995 da Terry Gilliam, un maestro visivo, visionario, poetico, allucinato,  membro dei Monty Python, autore dei celebrati Brazil (che va visto assolutamente), “Le avventure del barone di Münchausen, “Paura e delirio a Las Vegas” e “Parnassus”. In Twelve Monkeys troviamo un Brad Pitt stralunato ed al suo meglio (da rimarcare i suoi classici movimenti delle mani, quasi avvitasse lampadine immaginarie) ed uno sporco e rassegnato Bruce Willis, che dimostrava già di volersi dimostrare con ruoli non stereotipati.

            Film anomalo, moderno, bellissimo è SOURCE CODE, borderline rispetto al tema del viaggio nel tempo perchè la traslazione di cui tratta è qui virtuale e non fisica, è quello di Duncan Jones, il figlio di David Bowie, uno dei miei film preferiti degli ultimi tempi ed una vera chicca. Inaspettato, sfaccettato, complesso, splendido ed assolutamente migliore anche della sua pluripremiata opera prima, il thriller fantascientifico “Moon”, interpretato interamente dal meno ghignante del solito Sam Rockwell, premiato al Sundance Film Festival. In “Source Code”  troviamo un Jake Gyllenhaal che si redime dopo averci costretto a guardare le sue cavalcate ne “I segreti di Brokeback Mountain”  e ci fa tornare alla mente i paradossi temporali dell’amato “Donnie Darko“, che credo oramai faccia parte dell’immaginario collettivo e sul quale quindi non occorre spendere troppe parole.    

           Consiglio di letteratura balneare è “Timeline” di Michael Chrichton, l’inventore dello science thriller, che dopo avere portato la preistoria ai giorni nostri in “Jurassic Park“, (il cui romanzo è realmente superiore al film, congeniato in modo mirabile e puntuale ed in cui è imperiosa la figura del professor Ian Malcolm, nel film uno scialbo Jeff Goldblum, che spiega in modo magistrale la teoria del caos)  qui porta un gruppo di scienziati nel medio evo francese. Il film tratto da Timeline è invece di rara mediocrità.       

                 Per quanto riguarda invece i nostri rapporti con eventuali amici alieni, credo non valga la pena spendere parole sul film con Tom Cruise “La guerra dei mondi” diretto da Spielberg, ricordiamo solo la scena in cui fa i panini ai figli per stigmatizzare la pagliacciata dell’intero progetto. Fa ormai parte del mito invece l’adattamento radiofonico che del romanzo di H. G. Wells  fece il pressochè omonimo Orson Welles nel 1938, scatenando il panico nella popolazione. La genialità del giovane ed eclettico Orson si desume da “QUARTO POTERE” del 1941, il più grande successo cinematografico, considerato il più bel film della storia del cinema. Sul tema vale la pena vedere “RKO 281 – La vera storia di Quarto potere”, con Liev Schreiber e John Malkovich, un film sul making del capolavoro di Orson Welles che ho trovato interessante e curioso. Non possiamo esimerci dal sottolineare  “L’infernale Quinlan” del 1958 scritto, diretto e interpretato dal geniale Orson, che interpreta uno dei poliziotti più cattivi della storia del cinema. I primi tre minuti del film sono girati senza tagli, con un unico piano sequenza che ha fatto storia e viene tutt’ora citato nelle opere di altri registi. Un film che è una specie di trattato su “cosa è il cinema”. Da vedere.

            Saltando a piè pari “E.T.” ed “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Spielberg e la serie di “Alien”, che sono diventati dei classici che ormai avranno visto anche nelle remote lande della Kamchatka, ed i blockbuster della serie di Men in Black che sono dei veri e propri fumettoni irrilevanti, vi sono  opere cinematografiche che trattano di incontri con alieni in modo inconsueto.

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            Dal recente e passabile “Attack the Block – Invasione aliena in cui sono dei giovani teppisti londinesi a prendersela con dei poveri pelosi extraterresti con problemi riproduttivi, al risalente orrendo e ridicolo ma perciò imperdibile  “Le ragazze della Terra sono facili” interpretato dal maestoso Jeff Goldblum che dopo “La mosca”, uno dei miei film feticcio,  ha avuto una discesa verso l’abisso della mediocrità. Anche qui gli alieni sono pelosi e colorati.

           “La moglie dell’astronauta” va citato solo perché qualsiasi film in cui compaia Charlize Theron ha valore di santa reliquia e va venerato, anche se si può tenere in basso nella lista delle priorità, lo stesso vale per “Guida galattica per autostoppisti” il film ispirato alla celebre serie umoristica ideata per la radio della BBC dallo scrittore britannico Douglas Adams, la cui realizzazione ha tolto poesia all’universo immaginifico che il lettore si era creato nella mente. Avere dato forma ai Vogon ha incarnato le più profonde paure dell’universo e le ha rese più ridicole di quanto l’autore volesse.

           Da vedere magari in una calda ed insonne notte d’estate il film Disney “Navigator” del 1986, in cui un ragazzino viene rapito a scopo di analisi scientifiche e “Giochi stellari del 1984, uno tra i primi film ad utilizzare la grafica computerizzata, in cui il protagonista, abile con i videogiochi, finirà coinvolto in una guerra interplanetaria.

           Passando a produzioni premiate dalla critica, quindi da vedere, ed andando in ordine cronologico troviamo l’interessante “Starman del 1984 diretto da John Carpenter e interpretato da un Jeff Bridges candidato all’Oscar come miglior attore protagonista, alieno che lascerà progenie in quel dell’Arizona. L’anno successivo troviamo un giovane Dennis Quaid ne “Il mio nemico” diretto da un professionale Wolfgang Petersen sicuramente più in forma rispetto al recente ridicolo “Troy”. Tratto da un romanzo premiato, è una storia di vendetta e redenzione, di incontro tra razze e culture diverse, di comunione e condivisione, di superamento delle barriere e di unità.

          Nel 2002 il fantastico regista M. Night Shyamalan propone la sua lettura dell’incontro con razze aliene in “Signs” con un Mel Gibson in preda ad una crisi di fede, un Joaquin Phoenix che fa il punto sulla sua vita e si dimostra meno apatico di quanto sembri e degli alieni pericolosi, il tutto immerso nelle consuete atmosfere ovattate e angoscianti da favola noir che caratterizzano le opere del regista indiano.

Del 2008 è l’inquietante, ansiogeno, tremolante “CLOVERFIELD” prodotto dal mio idolo personale J.J. Abrams, creatore delle longeve e amate serie tv “Lost“e “Fringe“. Girato dal punto di vista di una videocamera amatoriale instilla nello spettatore un senso crescente di angoscia e di attesa. La presenza immanente delle presunte ed invisibili creature aliene domina la scena. Innovativo, tanto quanto classico, naive, ingenuo è stato il successivo “Super 8 del 2011 scritto e diretto da J.J. Abrams e  prodotto da Steven Spielberg, propagandato come un nuovo “E.T.” ed un omaggio alla fantascienza spielberghiana, è un atto d’amore al cinema ma si risolve in una operazione nostalgia con risultati deludenti. Un film che paradossalmente regge finchè non compare il vero protagonista, l’alieno assolutamente dimenticabile.

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Molto più originale il sudafricano “DISTRICT 9 del 2009, prodotto dal Peter Jackson della trilogia de “Il signore degli anelli”. Qui gli alieni dalla foggia di gamberoni, sono poveri emigranti vessati, ghettizzati, segregati, ed il protagonista scoprirà suo malgrado cosa significa stare dalla parte sbagliata. Il film ha ottenuto quattro candidature ai Premi Oscar, tra cui miglior film.

            In tv invece le vecchie serie come Visitors degli anni segnano il passo agli occhi di un fruitore contemporaneo ma lo stesso remake V del 2009 sembra un’operazione frettolosa fatta per ricalcare il successo di Lost, senza riflettere su quali caratteristiche travasare da una serie all’altra per migliorare il prodotto. Ricordo con nostalgia le serie britanniche degli anni 70 che hanno accompagnato le mie giornate  a casa della nonna come “Ufo” o “Spazio 1999”.

Devo dire che malgrado ami visceralmente la fantascienza, non riesce ad appassionarmi a livello seriale, forse perché manca la sensazione di stupore che solo il grande schermo riesce a suscitarmi. I ritmi della serialità, con il loro svelamento lento delle sottotrame sono congeniali a storie con una forte componente di verosimiglianza, dove è l’inconsueto a dovere venire esplicato e non il contrario. Per dirla tutta non sono nemmeno un trekker, preferisco i Sith. Ho comunque apprezzato “Taken”, la serie prodotta dalla Dreamworks di Spielberg che narra l’epopea di due famiglie nei decenni seguenti all’incidente di Roswell.

            Sullo Sherlock Holmes di Conan Doyle non c’è motivo di dilungarsi, tanto il personaggio è realmente entrato nella cultura mondiale con tutte le sue sfaccettature, tanto esso è posseduto da tutti noi. “Il segno dei quattro” o “Il mastino dei Baskerville” sono dei classici sicuramente presenti nelle librerie di molte famiglie. Anche la produzione cinematografica sul celebre investigatore è sterminata ed ha caratterizzato il personaggio in modo indelebile nella nostra mente. Una lettura un po’ diversa di Sherlock e del fido Watson l’ha data recentemente Guy Ritchie, che da quando ha chiuso la relazione con Madonna ha ripreso il brio pirotecnico della sua gioventù (“SNATCH è un capolavoro e lo zingaro impersonato da un Brad Pitt in forma strepitosa è uno dei personaggi più spettacolari della storia del cinema. Ma tutti i personaggi del film sono letteralmente da urlo. Da vedere assolutamente!). I due film diretti da Ritchie ed interpretati da Robert Downey Jr. e Jude Law danno un’immagine dell’investigatore estremamente dinamica, incontrollata, sporca, divertente, moderna, letteralmente dissacrante.

           Molto più che dissacrante, direi stravolgente, è lo Sherlock del leggendario Michael Caine in “Senza indizio” del 1988, che ne rivisita in chiave comica la figura e ne fa un idiota nelle mani del vero genio intuitivo, il dottor Watson interpretato dal grandissimo Ben Kingsley.  Scene di comicità slapstick da antologia ed un Caine in gran forma.

          Più compassato e tradizionale il giovane Sherlock di “Piramide di paura” un film del 1985 diretto dall’allora non ancora famoso Barry Levinson di “Rain man” e “Sleepers”, con la produzione di Spielberg e chiari richiami alle atmosfere dell’allora in auge Indiana Jones, che narra le avventure dello studente Holmes. Uno dei primi film che vidi in videocassetta (il rito del Ramethep risuona ancora nelle mie orecchie) ed una delle prime prove del mago degli effetti speciali John Lasseter, futuro fondatore della Pixar.

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            Sul fronte televisivo la serie tv della rete di stato inglese BBC “Sherlock”, arrivata alla terza stagione, con purtroppo solo tre puntate all’anno che costringono i fan a interminabili attese, interpretata da Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, è realmente un capolavoro. Sherlock è assolutamente pazzoide, visionario, egocentrico, freddo, permaloso, umorale, eccentrico, brillantissimo, superbo, utilizza tutte le moderne tecnologie da internet agli sms e si scontra con un Moriarty spaventoso e di una perfidia unica. Una lotta tra supereroi sociopatici. Da non perdere. Mentre invece si può tranquillamente dimenticare di mettere in agenda l’appuntamento con Lucy Liu che veste i panni della versione femminile di Watson, Joan, nella serie statunitense “Elementary” una rilettura in chiave moderna del celebre detective, ambientata a New York ed incentrata perlopiù sulle sue dipendenze da droga ed alcool. Non mi ha trasmesso nessuna vibrazione e d’altra parte ultimamente le serie britanniche vengono realizzate con maggiore cura rispetto a quelle d’oltreoceano.

            Chiudiamo la rassegna consigliandovi il manga ad ambientazione poliziesca “DETECTIVE CONAN” creato da Gōshō Aoyama nel 1994 e tuttora in corso di produzione. Detective Conan è considerato uno dei più importanti manga di sempre ed il relativo anime (serie animata) è regolarmente presente nella top ten dei cartoni animati più seguiti in Giappone. In molti manga di Mitsuru Adachi si vedono spesso scene in cui i protagonisti sono davanti alla tv in prima serata a vedere Detective Conan. Ricordiamo che in Giappone le puntate sono settimanali.

Il manga spicca per l’originalità del genere in quanto il tema giallo piuttosto è raro nei manga, ma ciò che più ci interessa sono i continui richiami all’iconografia di Conan Doyle. La storia peraltro è piuttosto complessa e narra di uno studente appassionato di investigazioni che si trova a fronteggiare un’organizzazione criminale che gli somministra del veleno che non lo uccide ma lo fa anzi ringiovanire all’età di un bambino delle elementari. Il cambiamento di vita ed il tentativo di tornare com’era prima sono il centro della narrazione.

            Facciamo un passo avanti e  passiamo oltre, come direbbero i MADNESS, i quali hanno per l’appunto dedicato una canzone al succitato Michael Caine.

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Non avete a casa neanche un disco dei Madness? Male! Pigliatevi almeno il Greatest Hits.

           Vi lascio con una delle mie canzoni preferite MAD WORLD, ma non nella versione originale tratta dall’album di esordio dei Tears for Fears, “The Hurting” del 1983, io trovo particolarmente riuscita la vieppiù malinconica e desolante cover di Gary Jules utilizzata in “Donnie Darko” ed anche in un famoso video pubblicitario di Halo se non sbaglio, in cui la violenza delle immagini di guerra veniva sottolineata dalla tristezza del brano.

Sicuramente ho dimenticato un sacco di cose ma tant’è …gli spunti per questa settimana sono finiti.

Mi raccomando un week end detoX.