CHI TROPPO VOLLE #2 – THE GRAND FINALE

Passavano i mesi e si rincorrevano le stagioni e nelle contrade il popolo si chiedeva che fine avesse fatto l’uomo molto grosso. Chi diceva si fosse strozzato con un osso di pollo, chi avesse bevuto un’intera botte di vino e si fosse addormentato eternamente, alcune tra le giovinette amavano pensare che si fosse innamorato di una leggiadra fanciulla e l’avesse seguita in capo al mondo.

L’uomo molto grosso invece se ne stava rinchiuso nella sua sala da pranzo, seduto sulla sua sediona borchiata ad un capo del suo immenso  tavolo che poteva ospitare più di cinquanta commensali, ad abboffarsi di ogni bendiddio, di ogni leccornia, di ogni prelibatezza, ma anche di ogni cosa possibilmente commestibile che compariva come per miracolo sugli immensi piatti di portata d’argento.

Ed assaggiò le oche ripiene di castagne e il luccio con le patate, gli asparagi degli antipodi e lo scoiattolo nordamericano, l’acido latte d’asina mongolo ed il dolce al miele delle pianure turche, l’uovo centenario del sol levante e lo stufato di opossum delle paludi del nuovo mondo.

Nuovi sapori seguivano a nuovi profumi e nuove pietanze sollazzavano il suo palato e stuzzicavano i suoi sensi una appresso all’altra senza dargli tregua e senza che lui la chiedesse. Dalla caraffa sgorgavano copiosamente vini delle qualità più alte, ora bianchi ora rossi, e bibite succose e zuccherine, frizzanti e tonificanti.

I formaggi più diversi spandevano il loro profumo dai taglieri, ora stagionati, ora molli, ora spalmabili ora ammuffiti, alcuni pastosi altri addirittura sublimamente verminosi e ammuffiti.

E la frutta! O quale magnificenza e trionfo di frutta colorata e profumata sgorgava dalle pesanti fruttiere d’argento intagliato. Frutta dalle alte montagne nevose e dalle foreste ventose, dai caldi paesi del sud e dalle rigogliose pianure del nord.

 

            L’uomo molto grosso non uscì dalla sua stanza per molto molto molto tempo, perfettamente felice, totalmente soddisfatto del suo mondo. Di rado si affacciava alla finestra della grande sala e scostando le pesanti tende di broccato gettava uno sguardo alla sua rigogliosa campagna e si compiaceva per un piccolo istante che tutto fosse ancora condotto con la giusta diligenza.

Il suo panciotto intanto si gonfiava e si gonfiava e l’uomo molto grosso diventava sempre più grosso. Di tanto in tanto uno dei bottoni d’oro esplodeva con un suono sordo ed attraversava il cielo sopra la tavola da parte a parte come una stella cometa, andando a morire una volta in un budino alla cannella, un’altra in un tinozza di brodo di polletto ruspante.

 

            Venne però il giorno in cui l’alta pianta di fico si caricò di frutti profumati e l’uomo sempre più grosso la vide di lontano alla finestra, termine ultimo dei suoi possedimenti.

E vide che i contadini portavano le alte scale e salivano l’albero riempiendo intere ceste di frutta matura.

E la volle.

La volle con quanta violenza avesse mai voluto qualcosa, giacchè ciò che ora aveva non gli bastava più e ricordava ciò che aveva già suo e che ora gli era negato.

Ed aprì la finestra e gridò ai lavoranti di portargli una cesta di fichi. Ed i contadini stupefatti di rivederlo dopo lungo tempo non persero tempo e gli consegnarono un paniere con i frutti più maturi e succosi nell’intento di compiacerlo.

Si affrettarono per le scale ed i corridoi e superarono sale e disimpegni e giunsero di fronte alle grande sala da pranzo con la cesta profumata e traboccante.

L’uomo sempre più grosso era sulla soglia e riempiva con la sua mole l’ampiezza intera della porta ed impaziente tendeva le mani verso i lavoranti che arrivavano.

Ma quando prese in mano il frutto questo marcì istantaneamente e gli altri come il primo, e per quanti fichi i lavoranti si premurassero di portare, tutti marcivano al tocco dell’uomo sempre più grosso.

Intanto sul tavolo si produceva un profluvio di cibi lussureggianti, invitanti, ricchi che si spandevano per la tavola e cadevano sul pavimento in un torrente di profumi e sapori e sughi.

E tutto ciò perse istantaneamente di valore e l’uomo sempre più grosso non lo volle più.

 

            L’uomo sempre più grosso continuò per giorni a tentare di assaggiare i fichi ma questi immancabilmente marcivano. Si disinteressò completamente dell’altro cibo e battè i pugni sui muri e ribaltò tavolo e sedie e urlò e gridò il nome di Bonsenso, che venisse a togliere quella maledizione che lo perseguitava, che gli restituisse la sua vita semplice ed i suoi semplici piaceri.

E giunse a maledire l’elfo e continuò a maledirne il nome per lungo tempo, ma questi non venne mai dall’uomo sempre più grosso che ormai diventava meno grosso via via che il tempo passava e la disperazione si impadroniva del suo cuore.

E la disperazione si impadronì anche della casa dell’uomo molto grosso e si spanse per le terre dell’uomo molto grosso, che finirono per diventare sterili ed improduttive ed infine per rimanere incolte e prive di manovalanza.

L’uomo via via meno grosso rimase solo e deluso e passò i suoi giorni a battersi i pugni sul capo per avere dimenticato il valore semplice di ciò che aveva, barattandolo per un mondo nuovo e luccicante senza pensare che il prezzo da pagare forse era troppo alto.

Giacchè tutto ha un prezzo.

E Desiderio, così si chiamava l’uomo via via meno grosso, alfine lo capì e, rinchiuso in una grande casa vuota con i pavimenti traboccanti di cibi succulenti ed intonsi, rimirando un cesto di frutta marcia, capì che avrebbe dovuto seguire il consiglio di Bonsenso e pensare bene a ciò che aveva ed a ciò che avrebbe perso.

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